ELEZIONI 2024 DELLA REGIONE SARDEGNA

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Che significano tutti questi nomi?  Sono i nomi dei “presentatori di liste”, cioè dei soggetti che hanno espletato le formalità per candidare persone alle Elezioni 2024 del Consiglio Regionale della Sardegna. Questi presentatori sono i “partiti o i gruppi politici organizzati” indicati dalla legge elettorale della Sardegna n° 7 del 1979. La stessa legge non stabilisce alcuna regola volta a circoscrivere il campo a forze politiche idonee alla presentazione di liste. La legge non prescrive, ad esempio, che i “partiti o i gruppi politici organizzati” debbano dimostrare di non essere soltanto nomi, di possedere una storia di attivismo politico svolto con metodo democratico, come prevede l’art. 49 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il gran numero di partiti non rispecchia dunque il fervido impegno politico del popolo sardo. Semplicemente i 25 “presentatori di liste” hanno dato a circa 1600 persone la possibilità di scommettere sulla propria faccia.
E i partiti italiani? I partiti italiani sono altrettanto lontani dal dettato costituzionale: non sono associazioni di cittadini che studiano, si confrontano con i lavoratori e con le imprese, per concorrere a orientare la politica nazionale. Molti non hanno radici territoriali, non selezionano la classe politica. Sono partiti verticistici, partiti personali, se non padronali, che riproducono al loro interno regimi cortigiani.
Così “in democrazia” gli italiani convivono a cuor leggero con una risaputa finzione, come in altre epoche tristissime.

                                                                 Andrea Pirro

SALVINI

Queste cose fanno cadere le braccia, ti tolgono la voglia di andare a votare. Maurizio Crozza ne trae spunto per le sue parodie, ma tutti dovremmo comprendere che il “partito” può un simulacro di democrazia, un pretesto per occupare i media. Il partito che appartiene ad un tizio che fa maldestra propaganda è uno sfregio alla democrazia. Senza una DEMOCRAZIA COMPIUTA, Salvini invecchierà sulla poltrona da parlamentare e il Paese che si fa governare dal politico che bacia rosari e promette ponti si rassegnerà alla rovina.

Il partito politico italiano è delineato dall’art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Da 75 anni il popolo italiano aspetta una LEGGE SUI PARTITI che realizzi una DEMOCRAZIA COMPIUTA seguendo il dettato dell’art. 49 della Costituzione.

In una DEMOCRAZIA COMPIUTA il capo del partito si limita ad esprimere le posizioni decise dagli associati, si astiene dal propagandare la propria persona perché l’autopromozione sarebbe inutile in quanto la LEGGE SUI PARTITI gli consente di svolgere soltanto due mandati, sia in cariche pubbliche, sia in cariche interne. Dopo i due mandati il capo sa di dover tornare a casa. Scopo della norma: impedire che il capo si faccia padrone del partito.

In una DEMOCRAZIA COMPIUTA il partito non è più un palazzo romano che cerca consensi occupando la televisione, lanciando slogan e promesse demagogiche. In una DEMOCRAZIA COMPIUTA i progetti del partito arrivano dai territori, attraverso i cittadini che partecipano alle attività del partito stesso.
Andrea Pirro

SE LA DEMOCRAZIA E’ UN INGANNO

La democrazia è ormai celebrata come un patrimonio dell’Occidente, Stati Uniti in testa. Il resto del mondo ci imita: persino le dittature africane si spacciano per democrazie, persino in Corea del Nord si indicono elezioni.
Purtroppo il “governo del popolo” è principio interpretabile, la sua piena realizzazione difficile. In Italia si sa com’è andata a finire la democrazia: una moltitudine di partitini fittizi occupa la televisione, mentre la stampa (poche inchieste, molta deferenza verso il potere) racconta una democrazia stereotipata. In Italia la democrazia si è arenata nel partito. Il partito italiano non è l’associazione di cittadini che concorrono a determinare la politica nazionale, a norma dell’art. 49 della Costituzione. Il partito italiano è personale, oppure obbedisce a una corte di principini. Anche il Movimento 5 Stelle dopo il fortunato esordio come partito della democrazia dal basso si è adeguato all’andazzo generale con l’imposizione di un presidente e dei suoi favoriti. Ma negli altri partiti c’è di peggio: donne del padrone elette in collegi blindati, senatori dediti a far clientela da trent’anni.
La mia esperienza è questa: nel partito si respira, e forse si respirerà sempre, l’aria pesante dell’ambizione e dell’arrivismo. Le poltrone sono assegnate ai gregari delle cordate romane, personaggi impegnati a segare le gambe a chiunque possa fargli ombra. E’ così che la democrazia diventa il governo dei peggiori.
In Italia la democrazia sarà un inganno fino a quando una LEGGE SUI PARTITI non stabilirà regole comuni per tutti i partiti che ribaltino l’attuale struttura verticistica delle forze politiche. Prima regola: il partito nasce nei territori, quindi cariche di partito e candidature devono essere decise da assemblee locali. Seconda regola: il cittadino può svolgere un numero di mandati limitato.
Queste regole rivoluzionerebbero la politica nostrana? L’alternanza ostacola il clientelismo, stimola la partecipazione. La maggior partecipazione, la conoscenza diretta, renderanno più rigorosa la selezione dei dirigenti del partito e dei candidati a cariche pubbliche.
In ogni caso: il partito non può fallire. Dove il partito politico fallisce trionfano i demagoghi, le associazioni segrete, la criminalità organizzata.

Andrea Pirro

PARTITI VIRTUALI

Chi sono Elly Schlein e Giuseppe Conte? E’ risaputo che sia la Schlein che Conte non avessero esperienza di organizzazione politica, eppure sono stati scelti per guidare partiti d’opposizione. Per quale motivo?
La risposta a questa domanda non può che partire dall’astensionismo dell’elettorato italiano, un fenomeno importante, sempre in crescita. In Italia gli astensionisti, i disgustati dalla politica, sono ormai una maggioranza silenziosa. Davanti a questa situazione il partito politico si è pian pano adattato ai tempi. Oggi le cosiddette “forze politiche” sono virtuali, simboliche, spesso prive di organizzazione territoriale. Più accentrate e verticistiche dei vecchi partiti dell’era democristiana. La rete poteva essere un formidabile strumento di partecipazione: il partito virtuale la usa per dissimulare l’assenza di democrazia interna.
La politica italiana tradisce ancora la Costituzione che all’articolo 49 sancisce che il partito è un’associazione di cittadini che concorrono a determinare la politica nazionale.   
Il partito virtuale lancia campagne, cavalli di battaglia alla conquista di favore elettorale. Alcune proposte potrebbero essere anche giuste, condivisibili, ma l’Italia da molti anni ha bisogno innanzitutto di riforme strutturali: sburocratizzazione, fisco semplice, giustizia rapida. Le riforme strutturali sono provvedimenti complessi, espressione di un progetto. Non si possono ridurre a slogan, necessitano di un duro lavoro ma sono indispensabili   per la ripresa degli investimenti. Possono metterle in cantiere maggioranze solide, forze politiche partecipate, diffuse nei territori, capaci di elaborazione politica, studio, dibattito, mobilitazione.
Invece anno dopo anno si succedono in Italia governi fragili. In un clima elettorale permanente, maggioranza e opposizione incrociano proclami propagandistici che hanno sempre il medesimo difetto: sarebbero realizzabili attraverso (altro) debito pubblico.
Chi sono dunque Elly Schlein e Giuseppe Conte? Sono i volti di partiti virtuali, attori di un duello per occupare la scena ad ogni costo: a costo di sbancare lo Stato, a costo di ridurre i cittadini in spettatori.

                                                                  Andrea Pirro

COME FINIRA’?

L’8 maggio 2001 Silvio Berlusconi firmava in TV il “contratto con gli italiani”. Sembrava un siparietto umoristico all’interno del programma “Porta a porta” di Bruno Vespa, e invece stava nascendo sotto gli occhi degli italiani la politica-spettacolo. Prima di allora la politica italiana raccontata dalla TV di Stato era incentrata sulla contesa fra DC e PC. Quella della RAI era sicuramente cronaca di regime, ma gli elettori condividevano l’antagonismo ideologico fra democristiani, liberali e comunisti, un antagonismo diffuso nei territori. Invece Silvio si presenta come il manager chiamato a perseguire obiettivi di salute pubblica. Chiosa dichiarando che se il manager fallirà, si farà da parte, come avverrebbe in un’azienda, poiché lui è campione del mondo delle imprese.
Com’è finita? Berlusconi fu presidente del consiglio, con qualche interruzione, dal 2001 al 2011. In quel decennio il PIL italiano non smise di scendere, e il debito pubblico salì di 500 miliardi, ossia 50 miliardi all’anno.  Un indebitamento di tali proporzioni vanifica qualsiasi atto di buon governo dell’era berlusconiana. Molti ricorderanno che fu proprio quella spregiudicatezza a spaventare la UE.
Dunque la politica-spettacolo inaugurata da Berlusconi:

  1.  sbandiera un partito virtuale, subordinato ad un dominus;
  2.  fallisce gli obiettivi ma si pavoneggia facendo debito;
  3.  insegue consenso elettorale attraverso proclami e riforme demagogiche.

Come finirà il governo Meloni? Dopo vent’anni da burattinaia di un partito quasi personale, (tanto la assorbiva questo impegno da farla risultare una delle maggiori assenteiste del Parlamento Italiano), Giorgia farà moltissimi viaggi, si compiacerà della straordinaria esposizione mediatica, potrà sfoggiare costumi da bagno all’ultima moda. Ma siccome il suo partito non possiede il consenso indispensabile per riforme incisive, è assai probabile che finisca come al solito. Tutt’al più la sua coalizione di governo potrebbe far passare leggi tese a strappare un immediato consenso elettorale. Insomma finirà con il mix di demagogia e debito che contraddistingue la politica-spettacolo.
Eppure basterebbe poco per dare all’Italia una DEMOCRAZIA COMPIUTA. Basterebbe una legge, valida per tutti i partiti, con il seguente articolo 1: “Il partito politico nasce dai territori, pertanto i suoi rappresentanti sono nominati dall’assemblea regionale degli iscritti. I rappresentanti regionali eleggono il segretario nazionale del partito e i membri del consiglio direttivo che restano in carica per due anni e non sono confermabili”.
Il partito a norma di Costituzione sceglie il proprio leader attraverso un processo democratico che promana dai territori. I suoi candidati non sono comparse pubblicitarie selezionate da un palazzo romano per acchiappare voti. Il partito a norma di Costituzione è l’unica speranza per un Paese deluso dalla politica.

                                                                                           Andrea Pirro

IL NON-PARTITO

Costui è Richard Barnett, vigile del fuoco in pensione. Barnett è uno dei seguaci di Donald Trump che ha assaltato la sede del Congresso degli Stati Uniti a Washington e si è fatto fotografare col piede sulla scrivania di Nancy Pelosi. Per questi fatti si è beccato una condanna a quattro anni e mezzo di reclusione.
I giornalisti italiani hanno scritto molto sul retaggio di Silvio Berlusconi, tranne che l’aver lanciato in Italia il partito dei tifosi all’americana.
Una persona onesta, democratica, deve chiedersi se il suo partito gli dà la possibilità di concorrere a determinare la politica nazionale. Se scopre che questa opportunità è solo illusione, deve lasciare il partito, non ridursi a leccapiedi dei parlamentari per elemosinare una poltrona, non ridursi a pedina di un ricco signore.

                                                                                 Andrea Pirro

MIGRANTI

In Italia l’immigrazione è un fenomeno in ascesa da anni. Ogni estate rimbombano gli allarmi contro l’invasione dello straniero, le proteste di quelli che accoglierebbero tutti, i mugugni di chi vorrebbe che i soccorritori nordeuropei si portassero a casa loro i naufraghi che salvano. Insomma, con l’arrivo della bella stagione monta in Italia un teatrino balneare fra buoni e cattivi.
La Storia insegna che le grandi migrazioni sono state un banco di prova per popoli e civiltà. Oggi l’Italia affronta questa prova con 2700 miliardi di debito pubblico e una denatalità così grave che c’è chi ritiene che gli immigrati sarebbero una forza lavoro ormai indispensabile, che il nostro Paese dovrebbe investire nella loro formazione, dovrebbe dare loro una dimora, dovrebbe affidarli alla sanità pubblica. (Un grosso sforzo economico, con molte incognite. Siamo certi che gli immigrati siano disposti a fare i lavori che gli italiani rifiutano? La formazione in Italia non ha mai funzionato: dovrebbe dare buoni risultati proprio con gl’immigrati?)
A destra si grida all’invasione, si paventa la sostituzione etnica. Ma prima di eccitare gli istinti sarebbe più serio dire che nelle condizioni in cui versa il nostro Paese è difficile governare l’immigrazione e renderla proficua. Prima di parlare di etnia italiana sarebbe più serio fare di tutto per contrastare la denatalità, una catastrofe già in atto, che si abbatterà sugli anni a venire con intensità crescente.
La denatalità, la migrazione all’estero dei giovani specializzati, il numero dei pensionati maggiore dei lavoratori in attività, sono derive peggiori perfino del debito pubblico a 2700 miliardi di euro. E invece la TV di Stato sussurra che saremo sempre un popolo benestante, che lo stato di diritto nessuno ce lo toglierà, che la nostra democrazia sarà eterna. Ma tutto questo è l’inganno di un’élite che occupa Parlamento e media. Stato di diritto, civiltà, democrazia, sono valori che un popolo conquista giorno per giorno. Una civiltà può essere arricchita dall’immigrazione, ma deve preservare le proprie radici e tendere al progresso. Deve essere difesa innanzitutto dagli italiani che si confrontano con la propria Storia. Soltanto loro possono comprendere fino in fondo la propria civiltà, lo stato dell’arte della democrazia, della giustizia, dell’economia, dei diritti civili. Soltanto loro sanno da dove vengono e a quali obiettivi mirare.
La nostra non è una democrazia compiuta, e non lo sarà fino a quando i partiti saranno il codazzo di un volto televisivo. Perché chiunque si sia cimentato in politica sa che le persone fanno cordata per aggirare la selezione dei migliori. Dietro un istrione, la fila dei cortigiani utili a se stessi, non al Paese. Difatti l’art. 49 della Costituzione della Repubblica Italiana parla di cittadini associati in partiti, non di capi e seguaci. Ne consegue che il partito politico non promana da un palazzo romano, ma nasce nei territori e nei territori sceglie con metodo democratico i propri rappresentanti.
Per le migranti iraniane è una gran cosa sfuggire all’orrore, attraversare una piazza senza che un pasdaran le frusti se non portano il velo, ma solamente i giovani italiani, tanti giovani, potranno dar loro speranza salvando la civiltà che le ha accolte e i valori che li hanno formati, battendosi per una democrazia compiuta.
E in ogni caso una civiltà è conquista di chi rimane, di chi ritorna in patria, di chi paga le tasse nel proprio Paese.

                                                                 Andrea Pirro

PRESIDENZIALISMO STRISCIANTE

“Una grande festa della democrazia, un grande successo di partecipazione. Supereremo ampiamente il milione di voti”. Così Enrico Letta ha commentato le primarie per eleggere il nuovo segretario del Partito Democratico.
“Grande festa della democrazia… successo di partecipazione… un milione di voti…”…  Se si presta attenzione alle parole, ci si rende conto che Letta cerca di far passare un’operazione propagandistica per quintessenza di democrazia. (La scelta del segretario è importante, dovrebbe essere frutto di un largo confronto all’interno del partito. Ma primarie aperte possono avere questa base?)
Il PD è stato il primo partito a indire consultazioni popolari, poi anche il Movimento 5 Stelle l’ha fatto, introducendo votazioni degli iscritti via web. In un primo momento queste “aperture” hanno suscitato interesse, sono parse giusti appelli al civismo. Sembrava che i partiti dicessero: “Se non partecipi, se non t’impegni tu per primo, che cosa puoi pretendere dalla politica?” Ma l’entusiasmo è durato poco. Si è capito che sporadiche consultazioni sono fumo. Nel Movimento 5 Stelle, poi, gli interventi d’imperio dei vertici, le voci di risultati truccati, hanno rotto l’incantesimo.
L’assenteismo elettorale ha ripreso a correre, la gente si è sentita tradita senza sapere esattamente perché. Ma quella delusione ha ragioni molto serie: uno dei capisaldi della democrazia è che i passaggi elettorali non fanno di per sé democrazia (anche in Corea del Nord si bandiscono elezioni). Parimenti le consultazioni dei partiti, aperte o chiuse che siano, più o meno pilotate dall’alto, non soddisfano il dettato costituzionale. Secondo l’art. 49 della Costituzione i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente nei partiti per concorrere a determinare la politica nazionale. Gli associati nel partito hanno innanzitutto questa prerogativa, non sono numeri cui chiedere dei sì o dei no, non sono personale da adibire a manovalanza elettorale, folla per riempire le piazze.
Frattanto avanza un presidenzialismo strisciante, l’idea insidiosa che un comandante supremo riesca dove i partiti falliscono. Si affermano partiti simbolici, fatti di un leader e dei suoi cortigiani.
In questo contesto non può che continuare a crescere l’assenteismo elettorale dei delusi dalla politica e dei tanti che non credono al trionfalismo di Enrico Letta.
Io penso che sia sbagliato credere che la democrazia sia un patrimonio acquisito, un certificato di buon governo che il Paese possiede. La democrazia è una conquista quotidiana, esposta com’è alle vanità personali, agli interessi di potenti, di lobbies e malavitosi. La democrazia è un arduo progresso civile. Pertanto il vero democratico non demorde e si batte per il prossimo passo avanti della democrazia. Ed è evidente che in Italia quel passo avanti deve essere la tutela della partecipazione popolare alla politica attraverso una LEGGE SUI PARTITI che tolga la politica dalle grinfie di partiti personali, privi di reale partecipazione, e la restituisca a cittadini di buona volontà.

Andrea Pirro

LA CRISI DEI PARTITI

LA CRISI DEI PARTITI

I media italiani ritornano di tanto in tanto sul tema della “crisi dei partiti”: caos nel Partito Democratico… guerre nella Lega… congiure in Forza Italia. I titoli sulla “crisi dei partiti” paiono severi, poi però gli articoli dissertano su bisticci fra fazioni, sulla contesa per la supremazia interna. Quindi la questione rimane nebulosa.
Quando parlano dei partiti i media italiani si esprimono con celata deferenza, conformandosi alla versione della RAI che li dipinge come grandi fucine di idee, centri di fervente dibattito e partecipazione popolare. Anche la carta stampata si adegua alla narrazione di Stato, ora che la vendita dei quotidiani è in caduta libera. Eppure non ci sarebbe bisogno di avventurarsi in difficili inchieste per scoprire che i partiti italici sono il giocattolo di poche persone. Chiunque si sia avvicinato alla politica sa che i capi, gli occupatori ultradecennali di uno scranno in Parlamento, non sono gli uomini migliori ma gente che fa terra bruciata intorno a sé. E se i capi sono campioni nel far terra bruciata, il loro partito non può che essere una forza politica di facciata, un esercito senza truppa, con scarsissimo consenso ideale.
Nel 2022 gli stipendi degli italiani sono tra i più bassi d’Europa. Qualcuno chiederà: che c’entra questo con la crisi dei partiti? La risposta è semplice: il sistema Italia brucia gran parte della ricchezza prodotta, ma i partiti italiani non sono in grado d’incidere sul sistema. Non sono in grado perché, come fanno i loro capi, dissipano consenso, attivisti ed elettori. E se i partiti perdono la base come possono riuscire nella difficile impresa di costruire, rafforzare, modernizzare il sistema?
Solo forze politiche coese e sostenute da ampio consenso possono lavorare sul sistema, fare riforme decisive.
Dunque la crisi non riguarda soltanto i partiti, ma investe le fondamenta della democrazia italiana. I cittadini l’hanno capito. Anche se i media non hanno il coraggio di dire la verità, gli italiani hanno capito che la rappresentanza politica è falsata e si astengono dal voto. La storia del Movimento 5 Stelle conferma: in tredici anni, ossia dal 2009, anno della fondazione, ad oggi, non è riuscito a farsi rappresentante dei territori. Il vertice del “non-partito senza sedi e senza tesori” si è inventato referenti regionali. E che cosa hanno fatto finora i “referenti regionali”… indovinate un po’? Hanno falciato chiunque potesse fargli ombra. Altro che democrazia dal basso!

                                                                  Andrea Pirro

SUL NUOVO GOVERNO

Mentre nelle elezioni politiche 2018 gli italiani riposero speranze negli sconosciuti del Movimento 5 Stelle, nel 2022 hanno dato fiducia a persone che stanno in Parlamento da venti o trent’anni.
Qualcuno si potrebbe chiedere per quale motivo questi personaggi siano in Parlamento da decenni. Sono forse statisti insostituibili?
Io risponderei che se costoro fossero iscritti a PARTITI VERI, dopo un paio di mandati qualcuno li avrebbe messi in discussione, qualcuno, magari un giovane, gli avrebbe detto a muso duro che i mestieranti della politica sono il cancro della democrazia. Io risponderei che il partito che ricandida le stesse persone per decenni non può essere democratico. Il partito politico tracciato dalla Costituzione della Repubblica Italiana è un’associazione di cittadini che concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art. 49). Il metodo democratico implica un ricambio della dirigenza del partito, o quanto meno che non ci siano dirigenti e candidati intoccabili per decenni.
L’inamovibilità di certe persone fa pensare che il partito abbia dei padroni, che, al di là delle apparenze, la sua dirigenza non sia contendibile.
I partiti non sono associazioni qualunque, sono sodalizi di interesse pubblico, pertanto la loro vita interna DEVE rispondere al metodo democratico sancito dalla Costituzione. Non c’è dubbio che debba essere assicurata all’associazionismo politico la più grande libertà, ma è altrettanto importante che i partiti non siano scatole vuote, la loro democrazia interna, l’effettiva partecipazione degli associati alle scelte. Tutti questi aspetti devono essere regolati, a mio avviso, da una LEGGE SUI PARTITI. Una legge che detti norme semplici, oggettivamente riscontrabili, onde evitare che la magistratura sia chiamata ad intromettersi nella vita del partito.  Una delle principali regole dovrebbe essere il ricambio obbligatorio di dirigenti e  candidati, sia pure entro un lasso di tempo ragionevole in cui le persone possano esprimere il meglio di sé.
Invece oggi il sistema italiano legittima carrozzoni mediante i quali ristrette cerchie di persone occupano il potere. Le poltrone ultradecennali fanno parte di questo andazzo, come quelle di tanti capilista.
E’ passato un secolo, eppure gli italiani continuano a farsi soggiogare da occupatori del potere. Cent’anni fa furono occupate le vie di Roma, oggi sono occupati i partiti. E si sa come va a finire: se il consenso non arriva da partiti partecipati, bisogna strapparlo alla maniera solita: col debito, oboli, demagogia.

                                                                  Andrea Pirro