LA LEGGE SUI PARTITI DELLA GERMANIA

In Germania è in vigore una LEGGE SUI PARTITI fin dal 1967. La norma introduce il finanziamento pubblico dei partiti politici e detta i requisiti che l’associazione politica deve possedere per poter ricevere sussidi statali. Ma oltre agli aspetti formali (la redazione degli statuti dei partiti, la rendicontazione delle donazioni che ricevono da sostenitori privati) la legge tedesca tocca la sostanza dell’associazione politica:
– la struttura del partito basata su associazioni regionali (§ 7);
– il voto segreto per la scelta dei dirigenti e delle candidature elettorali (§ 15 e § 17);
– il rispetto per le minoranze (§ 15).
Questi sono princìpi di democrazia interna, argini contro le derive verticistiche.
Nel partito italiano, ancora oggi, le nomine di dirigenti e candidati sono calate dall’alto, sopra la testa di attivisti usati come manovalanza. Il dissenso è considerato tradimento nelle chat di iscritti zelanti ed è punito con l’emarginazione.
La legge tedesca, al paragrafo 2, dice che, per meritare il finanziamento pubblico, il partito deve avere caratteri che lo rendano credibile: un’organizzazione stabile, una costante partecipazione alla politica nazionale e territoriale.
Se in Italia fosse varata una legge improntata ai medesimi princìpi, sarebbe esclusa dal finanziamento pubblico una folla di partiti personali, liste civiche e movimenti, che cavalcano la momentanea fortuna mediatica di un leader-padrone.
Tuttavia è difficile che questo accada perché, com’è noto, nell’aprile del 1993 un referendum popolare ha abrogato la legge n° 195 sul finanziamento pubblico ai partiti col 90,3% dei voti espressi a favore dell’abrogazione.

                                                                       Andrea Pirro

NOI IL POPOLO

I paesi democratici proclamano nelle loro costituzioni che la sovranità appartiene al popolo. Per tradurre la sovranità popolare in governo fanno ricorso all’istituto della rappresentanza, cioè all’elezione di rappresentanti dei cittadini.
Come tutti sappiamo, l’investitura a rappresentante del popolo non è cosa da poco. Per l’eletto comporta fama, onori, compensi elevati, la prospettiva di agiatezza per sé e per i propri figli. Di qui la partecipazione alle elezioni di tanti partiti nuovi, movimenti, liste civiche, ciascuno con un gran numero di candidati.
La libertà di associarsi per fare politica è un pilastro della democrazia, ma in molte realtà attuali, come quella italiana, succede che la sovranità popolare si disperda fra partiti personali, partiti virtuali, partiti pilotati da cricche ristrette.  
Una LEGGE SUI PARTITI deve fermare questo andazzo, smascherare la falsa democrazia. Ma soprattutto cancellare l’illusione di poter campare di politica per tutta la vita.

Andrea Pirro

IL GOVERNO DEL PREMIER

In questi giorni la grande democrazia americana offre importanti insegnamenti ai sostenitori dell’elezione diretta del premier. Quando in Italia l’elezione diretta sarà in vigore, le forze politiche, per vincere, candideranno personaggi del circo mediatico. Poi accadrà che il partito s’inchinerà attorno al suo premier, perdonerà i suoi errori e la sua inadeguatezza, approverà le sue guerre. Diventerà il suo partito personale.
In Italia l’elezione diretta del premier non c’è, potrebbe non essere introdotta mai. Eppure i partiti personali fioriscono numerosi intorno a facce note. Si dichiarano democratici, ma sono in realtà dominati da una cerchia di cortigiani.
Il partito personale falsifica la democrazia. Il partito personale è una frattura tra popolo e politica.
In una democrazia compiuta il partito politico è ben altra cosa: è un’associazione di cittadini disciplinata da una LEGGE COSTITUZIONALE SUI PARTITI, un’associazione dedita alla partecipazione paritaria alla politica, al confronto, al rispetto del dissenso, ad una scelta collegiale e trasparente delle migliori candidature elettorali.
Può compiere questa missione un palazzo occupato dai cortigiani di un divo che elargisce nomine e prebende?

                                                                                  Andrea Pirro

IL PARTITO CHE NON C’E’

Ormai in Italia un elettore su tre non partecipa alle elezioni politiche perché non crede più nell’utilità del proprio voto. C’è disgusto per la politica: gli stipendi sono fermi da anni mentre il costo della vita corre, il debito pubblico continua a crescere. Eppure i risultati elettorali confermano signori che da decenni occupano poltrone in Parlamento (statisti eccelsi e insostituibili? o gestori di clientela fino alla morte?).
Un’alternativa all’astensione sarebbe votare per partiti nuovi. Nuovi simboli fioriscono in occasione delle elezioni. In Italia è facile mettere su un partito. L’ordinamento italiano non dice che cosa deve essere il partito politico, non fissa paletti sulla sua democrazia interna. Non esige, ad esempio, che i partiti siano associazioni radicate nei territori, che i loro rappresentanti siano designati da assemblee di iscritti e siano ricandidabili per un limitato numero di mandati.
La disgregazione delle forze politiche, cominciata alla fine degli anni 80’ con la caduta delle ideologie, ha fortemente accelerato nell’epoca di internet. I nuovi partiti sono diversi dai vecchi, per lo più sono partiti personali che si identificano col proprio leader. Quindi il partito è verticistico, la figura del leader cattura consensi nei territori come un faro che illumina la via da lontano. Perciò non sono indispensabili attivisti locali, non serve neppure un gran numero di voti perché il partito, di destra o di sinistra che sia, governerebbe comunque in coalizione con altre forze politiche.
In questo contesto è difficile che il voto dell’elettore sia utile. Sarebbe utile se esistesse il partito della responsabilità, un partito fondato sulla partecipazione. Perché in una vera democrazia le scelte ardue, impopolari, scaturiscono dal confronto e dalla condivisione.

Andrea Pirro

LA DEMOCRAZIA E’ CONFRONT0

Questa foto straziante mostra uomini mandati in guerra come merce di scambio, carne da macello. Il tiranno onora del suo abbraccio i reduci invalidi, alle sue spalle un generale orchestra l’applauso. Le dittature sono regimi fondati sulla violenza. L’abbraccio del dittatore è violenza estrema.
La formula magica con la quale l’Occidente ha bandito le dittature è la democrazia, il sistema di governo che riserva al popolo la scelta dei propri rappresentanti. “Cosa pretendere di più?” si dirà. In realtà la democrazia è un sistema vulnerabile, esposto a distorsioni. Oggi le persone che amano il proprio paese hanno formidabili strumenti per partecipare alla vita politica, per confrontarsi, mobilitarsi, e invece i partiti diventano sempre più verticistici. Proliferano i partiti personali.  Perché? Perché nel teatrino mediatico i personaggi sono più seducenti delle idee. Così la democrazia si riduce ad uno spettacolo, ad una croce da tracciare sulla scheda elettorale. Se c’è grande astensionismo elettorale, i voti degli elettori più suggestionabili diventano decisivi, ed è facile che incoronino personaggi malati di protagonismo. (La Storia ci insegna gli orrori di cui sono capaci i titani).
La democrazia, cioè il governo del popolo, è confronto fra persone normali. Lo show dei campioni dell’apparire è il contrario della democrazia.

Andrea Pirro

PARTECIPAZIONE

La democrazia ha un punto debole: vive di partecipazione. La partecipazione alla vita politica della nazione richiede impegno, informazione, studio, confronto, libero dibattito, scelta trasparente dei migliori candidati a rappresentare i cittadini, voto elettorale senza trucchi. La democrazia comprende tutte queste cose, ma la partecipazione è la più importante. Perciò nei paesi che si dichiarano democratici la partecipazione dovrebbe essere tutelata da norme apposite perché è fondamentale che i cittadini abbiano fiducia nella possibilità di concorrere a determinare la politica nazionale. Se viene meno questa fiducia, s’impadroniscono della scena i partiti personali e le coalizioni di simboli elettorali, ossia mistificazioni che le leggi italiane “perdonano”. Il partito personale è palesemente antidemocratico; le coalizioni di simboli sbandierano una partecipazione popolare fittizia. Partiti personali e coalizioni di simboli sono protagonisti di una democrazia che consiste in elezioni.
La democrazia elettoralistica è uno spettacolo per cittadini ridotti a spettatori, lo spettacolo dei professionisti della politica e delle loro clientele. Anche in Corea del Nord si indicono elezioni.

                                                                       Andrea Pirro

DEMOCRAZIA TRADITA

L’uomo antico viveva nel silenzio, apprendeva le notizie dai viaggiatori di passaggio.  Oggi una tempesta di messaggi travolge le persone: per questo le dittature esercitano un controllo ferreo sui media, per questo nelle democrazie il potere fa leva sull’empatia con le masse. Per orientare quell’empatia la politica dei nostri giorni spende molto (sondaggi, asservimento dei media, ecc.).
Sopravvive la democrazia in queste condizioni? Può il demos (dal greco: il popolo) avere una visione chiara della realtà e fare scelte politiche consapevoli?
La democrazia si realizza dove i cittadini sono disposti a fare politica, ad impegnarsi nel partito, perché solo il confronto fra le persone permette di comprendere i problemi del Paese, di assumere la responsabilità di provvedimenti anche difficili, di selezionare le candidature dei migliori. Perciò il partito dovrebbe rappresentare la pietra angolare, lo strumento imprescindibile per la partecipazione dei cittadini alla politica nazionale.
Il partito dovrebbe godere delle prerogative delle istituzioni. L’ordinamento giuridico dovrebbe   imporre a tutte le forze politiche meccanismi che garantiscano la libera partecipazione degli iscritti, la regolarità della nomina dei dirigenti e delle votazioni in generale. I partiti dovrebbero essere certificati per evitare che siano carrozzoni personali oppure schermo di consorterie.
Insomma, senza regole non aggirabili sono favole concetti come: dibattito interno, limiti ai mandati elettorali e alle cariche pubbliche, selezione dei migliori. Senza regole vincolanti per tutte le forze politiche, nel partito regnano cerchie di prìncipi.
In Italia, disinteresse, discredito, sfiducia, hanno fatto della politica una landa desolata dove il 50% dei cittadini si astiene dal voto elettorale. Dal crollo dei vecchi partiti ideologici (comunista, democristiano, socialista), si è arrivati a governi formati da “coalizioni di partiti minoritari”, quelli che si dividono i pochi consensi dell’elettorato con i partiti multicolori che fioriscono numerosi in vista delle elezioni, attratti dalla possibilità di entrare nella coalizione vincente e occupare una poltrona. Ma le coalizioni sono deboli come i partiti che le compongono: evitano provvedimenti impopolari, fanno debito per distribuire oboli, fingono di non vedere che il Paese è destinato a scomparire a causa dell’evasione fiscale e della denatalità.
E dietro una democrazia inconcludente aleggia la chimera dell’uomo forte, solo al comando.
La democrazia è un patrimonio fragile, che un popolo costruisce giorno dopo giorno. Il cammino verso una democrazia compiuta è un cammino di civiltà.

                                                                                Andrea Pirro

LA PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA

In uno degli ultimi discorsi Joe Biden ha denunciato l’avvento di una pericolosa oligarchia negli U.S.A.. In queste parole è facile ravvisare il riferimento a Donald Trump, al rischio che lui e la sua cerchia possano invadere la sfera dei parlamentari democraticamente eletti.
In Italia una simile “invasione” va avanti da anni. L’esecutivo governa emanando decreti-legge che il Parlamento è chiamato a ratificare d’urgenza. La TV di stato mette il primo ministro Giorgia Meloni al centro della scena politica, ogni provvedimento discende dalla sua sagacia di statista mentre i ministri sono sostituibili comprimari. I sondaggi le assegnano un gradimento crescente.
Questo fenomeno ha un nome: personalizzazione della politica.
La personalizzazione della politica italiana viene da lontano: dal tramonto delle ideologie avviato dall’inchiesta della magistratura chiamata “Tangentopoli” che negli anni 90’ accertò che i vertici dei grandi partiti taglieggiavano gli imprenditori. Seguirono sentenze di condanna, suicidi, fughe all’estero. Ma soprattutto si diffuse discredito per i partiti e un astensionismo elettorale che da allora non ha mai smesso di crescere.
Internet poteva essere l’occasione per un rafforzamento della democrazia: in quanto mezzo d’informazione multilaterale, di partecipazione popolare alla politica. Ma la rete è presto diventata un fiume inquinato. In internet la democrazia è ridotta ad un generico sistema di governo fondato su elezioni, in internet gli attivisti politici sono la platea del famoso che sfrutta internet come fanno gli influencer: imperversa nei media, trova finanziatori a buon mercato, condiziona le coalizioni di governo.
L’oligarchia che Joe Biden teme è una grave distorsione del sistema democratico, un’insidia inquietante per il mondo intero: il partito personale.

                                                                                     Andrea Pirro

LA COSTITUENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

In questi ultimi giorni di novembre l’assemblea costituente del Movimento 5 Stelle dovrebbe deliberare una rifondazione del partito. Fra i temi in discussione ci sono: “Crescita economica inclusiva e lavoro dignitoso” e “Contrasto all’evasione fiscale ed etica nell’impresa”, gli stessi obiettivi che in oltre mezzo secolo di democrazia sono stati annunciati da tutte le forze politiche, di destra, di sinistra, di centro, ma sono stati mancati: per sostenere l’economia si è fatto ricorso a bonus, davanti agli insuccessi si è dilatato il debito pubblico per salvare le apparenze. Il contrasto all’evasione fiscale non è stato mai seriamente perseguito da nessuno.
Il risultato di tanta demagogia è una crescita economica fra le più basse d’Europa, il debito pubblico è diventato un insostenibile fardello, mancano le risorse per sostituire insegnanti, personale sanitario, impiegati pubblici che vanno in pensione.
Una decina di anni fa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, i fondatori del Movimento 5 Stelle, attribuirono la responsabilità dei fallimenti della politica italiana agli inamovibili con venti o trent’anni di poltrona in Parlamento. I professionisti della politica. Gente “da mandare a casa”, si disse allora. La guerra dichiarata dal Movimento 5 Stelle al sistema dei partiti trovò moltissimi consensi, suscitò grandi speranze. Coerente con questa impostazione, il Movimento, diventato partito politico, candidava i suoi esponenti per non più di due mandati.
Che cosa potrà decidere oggi l’assemblea costituente per recuperare i consensi di allora? Il “superamento del limite dei due mandati”? La trasformazione del Movimento in fucina di professionisti della politica?
Gli italiani risponderanno con ulteriore astensionismo, non certo votando i rinnegati. Giuseppe Conte non è presidente del Movimento da ieri, ma dal 2021, quando fu reclutato in spiaggia da Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede mentre prendeva il sole. Dopo tre anni in cui si è narcisisticamente illuso di ispirare il partito da Roma, perdendo quasi il 30% dei consensi, ora corre ai ripari con l’operazione “costituente” che è il disperato tentativo di abborracciare uno straccio di partitino personale del 2 % che salvi la sua poltrona di parlamentare. Com’è riuscito a Renzi e a Calenda.

Andrea Pirro

DEMOCRAZIA ALL’ITALIANA

Anche in questo fine anno 2024 il Parlamento Italiano non ha discusso la legge di bilancio. La manovra è stata approvata dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre, a circa 4500 emendamenti il Governo ha risposto ponendo la fiducia in aula, così la legge di bilancio è passata alla Camera e al Senato senza esame.
Si ripete dal 2018 questo insulto alla democrazia, ma non avrebbe cambiato il Paese una manovra 2024 che aumenta di tre euro al mese le pensioni minime. La legge di bilancio 2024 è così povera di spunti che le cronache hanno preferito divagare sul battibecco tra il senatore Matteo Renzi ed il presidente del senato Ignazio La Russa avvenuto a margine della votazione. Il siparietto però non diverte, sa di messinscena, di forsennata ricerca di visibilità.
In Italia il cittadino che si avvicina ad una forza politica si accorge che solo in apparenza è una casa aperta a tutti, ben presto scopre che il partito è lo strumento di pochi. Fino a quando una legge non obbligherà i partiti a garantire una reale partecipazione alla vita politica, la trasparente selezione dei candidati e il loro ricambio, le aule parlamentari saranno la ribalta di personaggi come La Russa e Renzi.
La democrazia dei partiti personali, di narcisi e istrioni che occupano una poltrona da vent’anni, è tradimento.

Andrea Pirro