GLI EMARGINATI DALLA POLITICA

L’art. 49 della Costituzione delinea partiti di cittadini associati che concorrono a determinare la politica nazionale. Il partito politico deve quindi tutelare questo concorso, il partito deve essere organizzato in modo da far sì che la partecipazione di ciascun soggetto abbia un peso, cominciando dai territori periferici fino ad arrivare ai palazzi del Governo del Paese.
Questo detta la Costituzione della Repubblica Italiana. Che cosa offre invece la realtà dei nostri giorni? Partiti verticistici, dove la politica è decisa da un pugno di persone e strombazzata dai media occupati dagli stessi partiti.
E gli associati di cui parla l’art. 49 della Costituzione?
Nel discredito della politica, nell’astensionismo dilagante, sono gruppuscoli di galoppini che si prostrano di fronte ai capi e si adeguano a tutto nella speranza di raccogliere briciole di potere. La maggior parte è folla inerme, moltitudine d’individui che fanno discorsi che non avranno mai nessun peso perché il partito li ha emarginati e ridotti ad insignificanti followers.

                                  Andrea Pirro

Che ne sarà del partito politico?

Nessuno lo dice, ma la piega presa dal Movimento 5 Stelle fa prevedere che il partito politico italiano somiglierà sempre più a quello americano. E cioè sarà un generico simulacro, un teatrino occupato da maschere televisive, da bellocci che cavalcano uno straccio di notorietà.
Dunque il partito della partecipazione abbozzato dall’art. 49 della Costituzione non è nato, e se mai fosse nato, è stato sepolto subito. La storia si ripete: si lancia un appello ipocrita alla “democrazia dal basso”, poi la rete si chiude intorno ai pesci. Insomma s’inventa un partito per asservirlo alle proprie vanità, e si comincia sempre dallo stesso punto: illudendo la gente.
Sarà sempre così?
Se possibile, andrà peggio perché in vista ci sono congreghe di partitini più o meno finti che si proclamano roboanti coalizioni. Come se il nulla sommato al nulla non consistesse in altro nulla.
A meno che dopo l’infinita pandemia, dopo gli orrori di una guerra fratricida come quella d’Ucraina, un gruppo di persone oneste si ritrovi per fondare un partito aperto, non per pretendere una poltrona, né per metter su un altro carrozzone da padroneggiare col pretesto di esserne i fondatori.
Perché in una DEMOCRAZIA COMPIUTA vige il principio della rappresentanza da affidare ai migliori.
Concludendo: la strada per una DEMOCRAZIA COMPIUTA giunge inesorabilmente ad un bivio dove un aut aut s’impone: o una democrazia di partiti partecipati, dove attivisti ed elettori controllano i propri rappresentanti ma li sostengono e gli assicurano consenso popolare dai territori; o una democrazia di facciata, basata sull’occupazione dei media, in cui il potere è nelle grinfie di finte compagini politiche, partiti personali, coalizioni di vuote sigle.
Nel primo caso c’è speranza di riforme responsabili e incisive. Nel secondo, quello della democrazia di facciata, i governi non possono permettersi di fare cose impopolari, ma soltanto demagogia, populismo, propaganda e debito ad oltranza.
Andrea Pirro

VERTICISMO MASCHERATO

Un amico mi ha rivelato che tra gli attivisti di AZIONE c’è malcontento. Il partito di Calenda ripaga con l’irrilevanza chi si è adoperato per la causa e ci ha messo la faccia. La stessa sorte di tante persone ammaliate dalle parole d’ordine del MOVIMENTO 5 STELLE: democrazia dal basso, democrazia diretta, uno vale uno… Dicono che Calenda, quando le cose vanno male, non si prenda neppure il fastidio di ringraziare chi lo ha sostenuto facendo manovalanza. Nel frattempo il MOVIMENTO ha raggiunto un’altra vetta: Giuseppe Conte è stato confermato presidente dei 5 STELLE da meno della metà degli iscritti, attraverso una votazione senza quorum, su un candidato unico.
Questa sarebbe una conquista democratica? In Corea del Nord si vota così.
Nessuno lo dice, ma la cosa è semplice: AZIONE, come il MOVIMENTO 5 STELLE, sono partiti personali. Dietro il velo democratico c’è un padrone che orchestra un verticismo mascherato. Se i partiti personali non avessero bisogno di manovalanza, soprattutto in periodo elettorale, se ne starebbero chiusi nel palazzo senza neppure accennare il gesto di consultare la base, tanto ci pensa la TV di Stato a dare loro un maquillage democratico, a raccontare chissà quale dibattito politico.
Insomma lo scoglio è sempre lo stesso: la partecipazione, che implica controllo e critica da parte degli iscritti. Ma questo aspetto della partecipazione, che dovrebbe essere tutelato dall’art. 49 della Costituzione, non piace al padrone. Al padrone servono figuranti, al padrone servono folle plaudenti.
Il verticismo mascherato è inaccettabile in una DEMOCRAZIA COMPIUTA. Il partito politico non può essere una bandiera che fugge dalle attese di chi ci ha creduto e dai ricorsi legali.                                                                                          

                                                                                     Andrea Pirro

I PARTITI DEL DEBITO

L’11 marzo scorso il Movimento 5 Stelle ha approvato un nuovo statuto dove manca il limite di due mandati a cariche pubbliche. Ha partecipato al voto poco più di un quinto degli iscritti, comunque il dado è tratto, con questa giravolta il Movimento rompe l’ultimo patto con sostenitori ed elettori perdendo il suo più grosso punto di forza.
Le giravolte del Movimento sono state molte: è inutile ritornare sui disparati proclami che ha lanciato per attirare voti (TAP, TAV, ILVA, ecc.). Più grave è la retromarcia sul professionismo in politica perché il limite dei due mandati era un principio di autodisciplina che poteva innescare una riforma del sistema. Questo almeno speravano gli elettori.
In politica i tradimenti si pagano: crollano i consensi, scema la partecipazione (i dati della votazione sul nuovo statuto lo provano). Un palliativo alla caduta della partecipazione è la rinuncia all’organizzazione locale. Al crollo dei consensi si rimedia blandendo l’informazione, controllando i media. Infatti in Italia la tv pubblica è occupata dai partiti.
D’ora in poi il Movimento vivrà della narrazione dei media, come gli altri partiti. Com’è lontano il Movimento che anteponeva il progetto alle persone e raccoglieva una caterva di voti! Ora segue le altre forze politiche chiedendo che lo Stato tappi ogni falla con altro debito, come se potesse attingere da un pozzo senza fondo. Cavalca il momento, consapevole di non avere consensi per dare al Paese un’economia virtuosa, una giustizia rapida, una burocrazia snella, una seria delegificazione. Cose difficili… perché inimicarsi questa o quella categoria? Meglio tirare avanti con altri debiti, meglio scaricare il barile sulle spalle delle generazioni future, approfittare dell’astensionismo, sperare che i personaggi gonfiati dai media raccattino voti nonostante tutto.
Non so se gli italiani hanno capito che i partiti del debito non fanno nessuna riforma. La nostra democrazia si è arenata davanti all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, quello sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese. Fino a quando UNA LEGGE SUI PARTITI non stabilirà regole che impediscano l’occupazione del partito, e allo stesso tempo lo rendano scalabile, responsabile e democratico, tutti i partiti galleggeranno sul debito.

                                   Andrea Pirro

Vladimir Putin l’autocrate

In questi giorni tristissimi circola sui social una rassegna di dichiarazioni su Vladimir Putin rilasciate da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e altri. La rassegna parte dal 2010, anno in cui Berlusconi definiva Putin “Un dono del Signore”, continua con gli elogi sperticati di Salvini. Anche Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri, Daniela Santanchè, Beppe Grillo e Alessandro Di Battista si esprimono con rispetto nei confronti dello zar russo. Giorgia Meloni fa i complimenti a Putin per la sua quarta rielezione e dice “La volontà popolare è chiara”. La Meloni è convinta che il sistema elettorale della Russia sia trasparente e competitivo? Non è al corrente di assassinii di giornalisti e di avversari politici? Che altro crede la Meloni? che gli oligarchi russi siano fenomenali manager giustamente pagati a peso d’oro?
In questi giorni tristissimi ho sentito Maurizio Gasparri commentare l’invasione dell’Ucraina in televisione. Gasparri era uno di quelli che celebrava Putin, lo considerava grande, grandissimo: “Avercene uno così in Italia!” diceva. Adesso lo definisce “autocrate”. Questa parola “autocrate” mi suggerisce una riflessione. L’autocrate secondo il vocabolario è un sovrano assoluto, uno che non ha nulla a che vedere con la democrazia… perché tanta ammirazione per un dittatore che in ventidue anni non ha liberato la Russia dalle tare della povertà, dell’impero e del comunismo? Uno che vuole ottenere con la guerra la supremazia che non ha saputo creare con l’economia?
Le dichiarazioni della rassegna appartengono a gente che occupa seggi in Parlamento da decenni… Maurizio Gasparri da trent’anni… trent’anni!… la Meloni da sedici… la Santanchè da venti… Salvini è stato eletto alla Camera dei Deputati nel 2018, ma prima ha fatto il parlamentare europeo per undici anni. Lo zio Vlad è il padrone di un paese suddito d’imperatori fin dal 1500, con la sola parentesi della Rivoluzione d’ottobre, ma i signori italiani come fanno ad essere inamovibili? Qual è il trucco? Chiunque abbia fatto un pochino di politica sa che dentro il partito, dentro tutti i partiti politici, c’è concorrenza: come mai, elezione dopo elezione, la candidatura di quei signori non è messa in discussione?
La risposta a queste domande può essere una sola: i capi politici italiani, sotto sotto, sono autocrati come lo zio Vlad. Per loro il partito è il teatrino da cui pontificare e lanciar proclami, il piccolo impero che gli assicura la poltrona. Loro sono i primi a pensare che Russia Unita, il partito del grande, grandissimo Putin, sia finzione.
Una LEGGE SUI PARTITI dovrà spazzare via il teatrino dei piccoli autocrati italiani.
Andrea Pirro

LA BANDA BASSOTTI

Ultimamente i media pubblicano volentieri notizie e commenti sul tema  “partito politico”. In passato i telegiornali non si permettevano di frugare “dentro” le forze politiche, davano per scontato che il partito fosse interprete di una volontà popolare. Adesso l’approccio all’argomento è critico, certamente ispirato dalla straordinaria parabola del Movimento 5 Stelle che nell’arco degli ultimi quindici anni è diventato la prima forza politica italiana.
A proposito di partito, le cronache di questi giorni seguono le indagini sulla Fondazione Open e le anticipazioni del libro di Enrica Sabatini, Lady Rousseau, di prossima uscita. Nel primo caso c’è l’ipotesi del reato di finanziamento illecito alla politica, nel secondo una precisa rivelazione: nelle ultime elezioni politiche del 2018 le candidature del Movimento 5 Stelle furono decise arbitrariamente da un gruppo di sodali, in barba allo statuto, in barba ai proclami iperdemocratici.
Comunque vadano a finire, queste vicende mostrano che il partito è un patrimonio fragile, come è fragile la democrazia in generale. Il dettato dell’art. 49 della Costituzione della Repubblica Italiana: i cittadini che si associano per concorrere a determinare la politica nazionale, è bello ma non basta. Il partito è esposto alle prevaricazioni di gruppi segreti, alle interferenze di finanziatori e lobbysti, e ad altre insidie.
Tu che ti sei iscritto ad un partito e hai scoperto che è una carrozza fatta per altri e tu puoi servire tutt’al più come portatore di voti o attacchino di manifesti: che fai? smetti di votare?
Io credo che sia un errore farsi da parte. Chi si unisce alla massa degli astensionisti rafforza la posizione di coloro che usano il partito per sé, per sistemare gli amici, fare clientela e occupare la poltrona più a lungo possibile. Tutti insieme dobbiamo chiedere a gran voce una LEGGE SUI PARTITI, una legge che fissi regole che impediscano che il partito sia la carrozza dorata di un istrione e della sua banda bassotti.

                                                                      Andrea Pirro

IL PAESE DOVE IL PASSATO E’ INSUPERABILE

Roma, gennaio 2022. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica doveva essere per i partiti politici italiani una prova di responsabilità sui futuri sette anni. La conferma dell’ottantunenne presidente Mattarella mostra che non si è riusciti a scegliere una figura di nuova generazione, magari una donna, magari una persona che non abbia vissuto di politica. Ancora una volta i partiti hanno ripiegato sullo status quo, probabilmente in seguito a pressioni della UE che temeva che l’inconcludenza potesse spaventare i mercati finanziari. (I tentennamenti di un Paese enormemente indebitato, e impegnato ad indebitarsi per altri 200 miliardi di euro, spaventano).
Alla politica italiana mancano idee-forza per uscire dal debito, per recuperare competitività nella concorrenza globale, per risolvere problemi fondamentali come quello dell’energia. Davanti a questa annosa difficoltà, aggravata ora dalla crisi pandemica, i partiti politici italiani si disgregano, degradano a fazioni e puntano, anche i più antichi, a cavalcare gli umori del momento. Ogni giorno ne nascono di nuovi intorno alla notorietà di qualcuno, oppure sulla scia di proteste sociali. Questi partiti sarebbero in grado di sostenere grandi riforme? progetti che comportino sacrifici o che possano dispiacere a qualcuno?
Ecco spiegato l’immobilismo impersonato dai tre anziani in abito scuro che occupano i vertici dello Stato. Eccoli i tre notai del dissesto italiano: nessuno più di loro può testimoniare come la democrazia italiana sia stata accompagnata da un’espansione del debito, e quel debito prova che le difficoltà si sono sempre affrontate divisi, mettendo pezze con soldi presi in prestito.
Sebbene i telegiornali si sforzino di nobilitare le vicissitudini dei partiti nostrani dipingendoli come interpreti del pensiero popolare, l’astensionismo elettorale mostra che gli italiani non credono nei “partitini”. Solo una LEGGE SUI PARTITI potrebbe ricreare fiducia nella politica e far nascere in Italia forze politiche capaci di mobilitazione corale e responsabile. Solo il partito agganciato alla sua base tramite una forte cinghia di trasmissione può realizzare riforme incisive. Regola n° 1: le cariche dirigenziali del partito non sono replicabili perché il partito non deve avere padroni, non deve riservare la poltrona a nessuno.

                                                                    ANDREA PIRRO

L’ULTIMO PARTITO

Nella velocissima meteora del Movimento 5 Stelle si sono succeduti in una quindicina d’anni grandi rivolgimenti: la salita vertiginosa al 33% dei consensi, il crollo al 13,50% dell’ultimo rilevamento, l’elezione di trecento parlamentari, la defezione di un terzo di essi.
Una rivoluzione per la stagnante politica italiana.
Eppure tutto questo è poca cosa a confronto con l’esplosione di una bomba atomica avvenuta dentro il partito del “O noi o loro”, dell’intelligenza collettiva via web. La bomba ha un nome: tradimento della partecipazione. Il tradimento è iniziato nei territori periferici ed è arrivato fino in Parlamento dove il vertice ha tentato a suon di espulsioni di attuare un vincolo di mandato di fatto, il vincolo di mandato caro al Fondatore che lo esaltava nelle piazze d’Italia e voleva metterlo in Costituzione. E infatti nessuno nel Movimento si è mai assunto la responsabilità politica di quel sommo tradimento e del crollo dei consensi…
Ora nel deserto prodotto dall’immane esplosione pochi italiani votano: l’11,50 % degli aventi diritto si è recato al seggio nelle elezioni suppletive romane. Ora sulla cima delle aride dune di sabbia si posano corvi in cerca di visibilità, presunti esponenti di sigle partitiche inventate in fretta per occupare il nulla. Perché la catastrofe non è finita: riunendosi in “coalizioni” persino bande di corvi possono aspirare a poltrone nei prossimi consigli regionali.

                                                                                    Andrea Pirro

DA RIVOLUZIONARI A PARASSITI

Il fondatore si compiaceva nel definire il Movimento 5 Stelle “non-partito senza sedi e senza tesori”. Ma la sua creatura si rivelò partito politico vecchia maniera già nel 2018, quando annunciò la candidatura di “personalità della società civile” nelle elezioni politiche italiane. Perché?
1) Perché la decisione sulla candidatura delle “personalità della società civile” non poteva che essere stata presa d’imperio dal re e padrone, e messa in bocca al vassallo e testa di legno Luigi Di Maio;
2) Perché la scelta delle “personalità” era chiaramente tesa a massimizzare il momentaneo favore popolare. Il partito “aperto” fu l’ennesimo artificio propagandistico per spacciare il Movimento come nuovo modello di democrazia;
3) Alla candidatura di “personalità della società civile” corrispose la rinuncia ad un’organizzazione locale. Nel 2018 il carrozzone padronale che si nascondeva dietro la bandiera del Movimento 5 Stelle preferì imbarcare esterni pur di non riconoscere meriti e autorevolezza ad attivisti e gruppi locali. In altri termini: abbandono dei territori pur di tenere il partito sotto lo scacco di un verticismo assoluto;
4) La nomina di “personalità della società civile” (come se gli attivisti fossero una zavorra di banditi) era funzionale al partito romano, sottomesso ad un monarca, alla sua corte di vassalli e di feudatari locali;
5) Alla selezione delle “personalità della società civile” provvidero i feudatari locali. I miracolati dovevano formare la loro corte. Nel frattempo i feudatari contrastavano sottobanco la partecipazione nel territorio perché temevano che figure locali emergessero e gli facessero ombra. (Questa fu una delle cause principali del fallimento del Movimento nei territori);
6) La struttura partitica di stampo medioevale avrebbe dovuto trovare la chiave di volta nel tanto propagandato “vincolo di mandato” per gli eletti da inserire nella Carta Costituzionale.
La consultazione degli iscritti via web è sempre stata un velo che non riesce a nascondere né l’approssimazione propagandistica fine a se stessa del progetto Movimento 5 Stelle, né la gestione autoritaria del vertice. Dopo tanto fumo levato per anni con la favola del non-partito, alla fine del 2021 il Movimento 5 Stelle ha chiesto di accedere al contributo pubblico ai partiti politici. Il non-partito senza sedi e senza tesori vuole dallo Stato i fondi che la partecipazione gli elargiva in abbondanza. E cosa si scopre? Si scopre che non ha titolo per ricevere il contributo statale perché il suo statuto non rispetta elementari regole di democrazia interna previste dalla pur frammentata normativa italiana sul partito politico:  https://www.parlamento.it/1055
Adesso che sembra assodato che il non-partito è carente di democrazia interna, (la tara che ha allontanato tanti attivisti e elettori), una domanda segue per logica: perché è stato consentito al Movimento 5 Stelle di partecipare ad elezioni? I motivi che ne impediscono l’iscrizione al registro dei partiti italiani che possono accedere al finanziamento pubblico dovrebbero valere a maggior ragione nel campo elettorale, a tutela di tutti i cittadini. E invece…
All’Italia manca un’organica LEGGE SUI PARTITI.
Andrea Pirro