PARTECIPAZIONE

La democrazia ha un punto debole: vive di partecipazione. La partecipazione alla vita politica della nazione richiede impegno, informazione, studio, confronto, libero dibattito, scelta trasparente dei migliori candidati a rappresentare i cittadini, voto elettorale senza trucchi. La democrazia comprende tutte queste cose, ma la partecipazione è la più importante. Perciò nei paesi che si dichiarano democratici la partecipazione dovrebbe essere tutelata da norme apposite perché è fondamentale che i cittadini abbiano fiducia nella possibilità di concorrere a determinare la politica nazionale. Se viene meno questa fiducia, s’impadroniscono della scena i partiti personali e le coalizioni di simboli elettorali, ossia mistificazioni che le leggi italiane “perdonano”. Il partito personale è palesemente antidemocratico; le coalizioni di simboli sbandierano una partecipazione popolare fittizia. Partiti personali e coalizioni di simboli sono protagonisti di una democrazia che consiste in elezioni.
La democrazia elettoralistica è uno spettacolo per cittadini ridotti a spettatori, lo spettacolo dei professionisti della politica e delle loro clientele. Anche in Corea del Nord si indicono elezioni.

                                                                       Andrea Pirro

DEMOCRAZIA TRADITA

L’uomo antico viveva nel silenzio, apprendeva le notizie dai viaggiatori di passaggio.  Oggi una tempesta di messaggi travolge le persone: per questo le dittature esercitano un controllo ferreo sui media, per questo nelle democrazie il potere fa leva sull’empatia con le masse. Per orientare quell’empatia la politica dei nostri giorni spende molto (sondaggi, asservimento dei media, ecc.).
Sopravvive la democrazia in queste condizioni? Può il demos (dal greco: il popolo) avere una visione chiara della realtà e fare scelte politiche consapevoli?
La democrazia si realizza dove i cittadini sono disposti a fare politica, ad impegnarsi nel partito, perché solo il confronto fra le persone permette di comprendere i problemi del Paese, di assumere la responsabilità di provvedimenti anche difficili, di selezionare le candidature dei migliori. Perciò il partito dovrebbe rappresentare la pietra angolare, lo strumento imprescindibile per la partecipazione dei cittadini alla politica nazionale.
Il partito dovrebbe godere delle prerogative delle istituzioni. L’ordinamento giuridico dovrebbe   imporre a tutte le forze politiche meccanismi che garantiscano la libera partecipazione degli iscritti, la regolarità della nomina dei dirigenti e delle votazioni in generale. I partiti dovrebbero essere certificati per evitare che siano carrozzoni personali oppure schermo di consorterie.
Insomma, senza regole non aggirabili sono favole concetti come: dibattito interno, limiti ai mandati elettorali e alle cariche pubbliche, selezione dei migliori. Senza regole vincolanti per tutte le forze politiche, nel partito regnano cerchie di prìncipi.
In Italia, disinteresse, discredito, sfiducia, hanno fatto della politica una landa desolata dove il 50% dei cittadini si astiene dal voto elettorale. Dal crollo dei vecchi partiti ideologici (comunista, democristiano, socialista), si è arrivati a governi formati da “coalizioni di partiti minoritari”, quelli che si dividono i pochi consensi dell’elettorato con i partiti multicolori che fioriscono numerosi in vista delle elezioni, attratti dalla possibilità di entrare nella coalizione vincente e occupare una poltrona. Ma le coalizioni sono deboli come i partiti che le compongono: evitano provvedimenti impopolari, fanno debito per distribuire oboli, fingono di non vedere che il Paese è destinato a scomparire a causa dell’evasione fiscale e della denatalità.
E dietro una democrazia inconcludente aleggia la chimera dell’uomo forte, solo al comando.
La democrazia è un patrimonio fragile, che un popolo costruisce giorno dopo giorno. Il cammino verso una democrazia compiuta è un cammino di civiltà.

                                                                                Andrea Pirro

LA PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA

In uno degli ultimi discorsi Joe Biden ha denunciato l’avvento di una pericolosa oligarchia negli U.S.A.. In queste parole è facile ravvisare il riferimento a Donald Trump, al rischio che lui e la sua cerchia possano invadere la sfera dei parlamentari democraticamente eletti.
In Italia una simile “invasione” va avanti da anni. L’esecutivo governa emanando decreti-legge che il Parlamento è chiamato a ratificare d’urgenza. La TV di stato mette il primo ministro Giorgia Meloni al centro della scena politica, ogni provvedimento discende dalla sua sagacia di statista mentre i ministri sono sostituibili comprimari. I sondaggi le assegnano un gradimento crescente.
Questo fenomeno ha un nome: personalizzazione della politica.
La personalizzazione della politica italiana viene da lontano: dal tramonto delle ideologie avviato dall’inchiesta della magistratura chiamata “Tangentopoli” che negli anni 90’ accertò che i vertici dei grandi partiti taglieggiavano gli imprenditori. Seguirono sentenze di condanna, suicidi, fughe all’estero. Ma soprattutto si diffuse discredito per i partiti e un astensionismo elettorale che da allora non ha mai smesso di crescere.
Internet poteva essere l’occasione per un rafforzamento della democrazia: in quanto mezzo d’informazione multilaterale, di partecipazione popolare alla politica. Ma la rete è presto diventata un fiume inquinato. In internet la democrazia è ridotta ad un generico sistema di governo fondato su elezioni, in internet gli attivisti politici sono la platea del famoso che sfrutta internet come fanno gli influencer: imperversa nei media, trova finanziatori a buon mercato, condiziona le coalizioni di governo.
L’oligarchia che Joe Biden teme è una grave distorsione del sistema democratico, un’insidia inquietante per il mondo intero: il partito personale.

                                                                                     Andrea Pirro

LA COSTITUENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

In questi ultimi giorni di novembre l’assemblea costituente del Movimento 5 Stelle dovrebbe deliberare una rifondazione del partito. Fra i temi in discussione ci sono: “Crescita economica inclusiva e lavoro dignitoso” e “Contrasto all’evasione fiscale ed etica nell’impresa”, gli stessi obiettivi che in oltre mezzo secolo di democrazia sono stati annunciati da tutte le forze politiche, di destra, di sinistra, di centro, ma sono stati mancati: per sostenere l’economia si è fatto ricorso a bonus, davanti agli insuccessi si è dilatato il debito pubblico per salvare le apparenze. Il contrasto all’evasione fiscale non è stato mai seriamente perseguito da nessuno.
Il risultato di tanta demagogia è una crescita economica fra le più basse d’Europa, il debito pubblico è diventato un insostenibile fardello, mancano le risorse per sostituire insegnanti, personale sanitario, impiegati pubblici che vanno in pensione.
Una decina di anni fa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, i fondatori del Movimento 5 Stelle, attribuirono la responsabilità dei fallimenti della politica italiana agli inamovibili con venti o trent’anni di poltrona in Parlamento. I professionisti della politica. Gente “da mandare a casa”, si disse allora. La guerra dichiarata dal Movimento 5 Stelle al sistema dei partiti trovò moltissimi consensi, suscitò grandi speranze. Coerente con questa impostazione, il Movimento, diventato partito politico, candidava i suoi esponenti per non più di due mandati.
Che cosa potrà decidere oggi l’assemblea costituente per recuperare i consensi di allora? Il “superamento del limite dei due mandati”? La trasformazione del Movimento in fucina di professionisti della politica?
Gli italiani risponderanno con ulteriore astensionismo, non certo votando i rinnegati. Giuseppe Conte non è presidente del Movimento da ieri, ma dal 2021, quando fu reclutato in spiaggia da Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede mentre prendeva il sole. Dopo tre anni in cui si è narcisisticamente illuso di ispirare il partito da Roma, perdendo quasi il 30% dei consensi, ora corre ai ripari con l’operazione “costituente” che è il disperato tentativo di abborracciare uno straccio di partitino personale del 2 % che salvi la sua poltrona di parlamentare. Com’è riuscito a Renzi e a Calenda.

Andrea Pirro

DEMOCRAZIA ALL’ITALIANA

Anche in questo fine anno 2024 il Parlamento Italiano non ha discusso la legge di bilancio. La manovra è stata approvata dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre, a circa 4500 emendamenti il Governo ha risposto ponendo la fiducia in aula, così la legge di bilancio è passata alla Camera e al Senato senza esame.
Si ripete dal 2018 questo insulto alla democrazia, ma non avrebbe cambiato il Paese una manovra 2024 che aumenta di tre euro al mese le pensioni minime. La legge di bilancio 2024 è così povera di spunti che le cronache hanno preferito divagare sul battibecco tra il senatore Matteo Renzi ed il presidente del senato Ignazio La Russa avvenuto a margine della votazione. Il siparietto però non diverte, sa di messinscena, di forsennata ricerca di visibilità.
In Italia il cittadino che si avvicina ad una forza politica si accorge che solo in apparenza è una casa aperta a tutti, ben presto scopre che il partito è lo strumento di pochi. Fino a quando una legge non obbligherà i partiti a garantire una reale partecipazione alla vita politica, la trasparente selezione dei candidati e il loro ricambio, le aule parlamentari saranno la ribalta di personaggi come La Russa e Renzi.
La democrazia dei partiti personali, di narcisi e istrioni che occupano una poltrona da vent’anni, è tradimento.

Andrea Pirro

IL MOVIMENTO 5 STELLE NON E’ EVAPORATO

Nella sua ultima apparizione in video Beppe Grillo dice che il Movimento 5 Stelle è evaporato. Quest’affermazione è falsa. Questa balla può bersela l’ultimo arrivato nel Movimento, può far piacere al PD e a tutti i partiti che occupano le poltrone del Paese da decenni, ma gli attivisti che si sono sobbarcati le campagne elettorali dei 5 Stelle non possono accettarla.
La verità è un’altra, la rivela Enrica Sabatini nel suo libro “Lady Rousseau”: “Nel 2018 per la selezione dei candidati alle elezioni politiche venne creata una rete invisibile di referenti regionali che decisero, attraverso un potere discrezionale e illimitato, chi poteva candidarsi e chi no. Venne così creato un sistema di valutazione delle candidature arbitrario, privo di standard oggettivi, viziato da interessi personali, non legittimato dalla comunità e, soprattutto, ignoto a tutti”.
Accadde un fatto gravissimo: una consorteria segreta s’impadronì del Movimento. Beppe Grillo ne fu complice, se non il dominus. Tanto è vero che fece passare l’operazione come un’“apertura a candidature di personalità della società civile”. E un anno dopo benedì le cinque “eccellenze” calate dall’alto che Luigi Di Maio presentò alla stampa come capilista nelle elezioni europee (Alessandra Todde, Chiara Maria Gemma, Daniela Rondinelli, Maria Angela Danzì, Sabrina Pignedoli).
E che dire della cancellazione d’imperio, fatta da Beppe in persona, della candidatura di Marika Cassimatis a sindaco di Genova? Non sarà un’eccellenza la Cassimatis, ma l’avevano scelta gli iscritti nelle “comunarie”.
Insomma il fondatore (e ispiratore a pagamento) soleva umiliare gli attivisti: come se non avessero il diritto di scegliere i propri candidati, come se tra loro non ci fossero persone degne di rappresentare il Movimento.
Il Movimento 5 Stelle non è evaporato, è stato demolito dall’ego ipertrofico di Grillo che adesso, con somma ipocrisia, cerca democrazia dal basso nel nascente partito personale di Giuseppe Conte.

Andrea Pirro

PARTITI FATTI DI NUMERI

Io nutro rispetto per queste persone, il loro valore non è in discussione. Ma di certo sono usate dai partiti italiani per fare numeri. Oggi, nell’astensionismo elettorale che tende a superare il 50% degli aventi diritto, anche una piccola notorietà può servire, da qualunque verso provenga. Le ristrette cerchie d’inamovibili che tengono in pugno i partiti calano i loro volti come carte da gioco, guadagnando numeri che sono soltanto elettorali. Numeri che nessun partito italiano è interessato a realizzare attraverso la partecipazione popolare alle proprie attività nei territori. Insomma: meglio muovere specchietti per le allodole che avere intrusi in casa. Ma tutto questo è parvenza di democrazia.  

Andrea Pirro

ELEZIONE DIRETTA DEL PREMIER

Premessa: l’enorme debito pubblico italiano è la prova che dal 1946 ad oggi i governi che si sono succeduti hanno puntato sulla propaganda piuttosto che alla salute dell’economia. Quasi tutti hanno contratto debito per ben figurare, eppure sono durati in media 414 giorni anziché i cinque anni previsti dalla Costituzione.
Nel 2024 il centro-destra guidato da Giorgia Meloni per rendere stabili i governi propone l’elezione diretta da parte dei cittadini di un premier che rimane in carica per cinque anni con una maggioranza parlamentare garantita da un premio, appunto, di maggioranza. Il premier, forte del plebiscito che lo ha prescelto, avrebbe modo di pianificare e portare a compimento le cosiddette riforme strutturali, quelle che non danno immediato consenso popolare.
A questo disegno si possono muovere almeno tre obiezioni:
Prima: come dovrebbe emergere la figura del premier da eleggere? Dal gioco di specchi dei media? O sarebbe il padrone di un partito personale? Perché la personalizzazione della politica è un fenomeno che dilaga sotto i nostri occhi ed è causa di crescente astensionismo elettorale. Finirà che pure noi italiani dovremo scegliere fra due ottantenni che le sparano grosse?
Seconda: c’è il rischio che il premier e la sua coalizione imposta dall’aritmetica del premio di maggioranza risultino largamente minoritari e accerchiati da un Parlamento di partitini personali. Se questo si avverasse il governo del premier durerebbe poco.
Terza: se passasse la riforma proposta dal centro-destra i partiti politici si ridurrebbero al codazzo di personaggi della TV.
Insomma la Meloni col pretesto della governabilità tenta di introdurre di straforo un presidenzialismo all’italiana.
Il Paese ha invece bisogno proprio dei partiti come li delinea la Costituzione: i partiti degli associati che concorrono ad orientare la politica nazionale (art. 49). Partiti scalabili, regolamentati in modo che non cadano nelle mani di pochi professionisti della politica. Il Paese ha bisogno di partiti reali, fortemente rappresentativi, non di simboli inventati in occasione delle elezioni, perché la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive di partecipazione.

                                                                                         Andrea Pirro  

DEMOCRAZIA

I pilastri della democrazia sono almeno tre:

  1. La divisione dei poteri;
  2. i partiti politici;
  3. libere elezioni.

Basta la distorsione di uno di questi tre princìpi per trasformare il “governo del popolo” nel paravento di un regime. Nell’occidente che si ispira alla “grande democrazia statunitense” il partito politico è l’elemento più falsificato. In Italia, al tempo della rete e degli influencer, il partito politico è un feticcio mediatico personale, una bandierina con l’effigie del capo. Il capo lancia slogan, scrittura famosi per acchiappare voti, piazza gli amici. Tutti gli altri, tutti, compresi coloro che si considerano attivisti, possono solo mettere una croce sulla scheda elettorale. Prendere o lasciare.
Soltanto una LEGGE SUI PARTITI può salvaguardare le agorà di partecipazione previste dall’art 49 della Costituzione della Repubblica Italiana. Solo una LEGGE SUI PARTITI può difendere il partito da attacchi esterni e interni: dalla proliferazione di simboli fittizi, dall’imbroglio delle coalizioni, dalle manovre di quanti non vogliono la selezione e il rinnovo della classe politica.

                                                                     Andrea Pirro

IL PARTITO DEL DEBITO

In un paese compiutamente democratico i cittadini si associano in partiti politici senza padroni, partiti radicati nei territori,  in cui si studia, si progetta, si discute, si decidono in assemblea linea politica e candidature. In mancanza di questo, all’elettore non vengono offerti responsabili programmi di governo, ma soltanto slogan, promesse demagogiche di narcisi occupatori dei media, lusinghe e illusioni tese a prendere o a conservare la poltrona.

                               Andrea Pirro