Premessa: l’enorme debito pubblico italiano è la prova che dal 1946 ad oggi i governi che si sono succeduti hanno puntato sulla propaganda piuttosto che alla salute dell’economia. Quasi tutti hanno contratto debito per ben figurare, eppure sono durati in media 414 giorni anziché i cinque anni previsti dalla Costituzione.
Nel 2024 il centro-destra guidato da Giorgia Meloni per rendere stabili i governi propone l’elezione diretta da parte dei cittadini di un premier che rimane in carica per cinque anni con una maggioranza parlamentare garantita da un premio, appunto, di maggioranza. Il premier, forte del plebiscito che lo ha prescelto, avrebbe modo di pianificare e portare a compimento le cosiddette riforme strutturali, quelle che non danno immediato consenso popolare.
A questo disegno si possono muovere almeno tre obiezioni:
Prima: come dovrebbe emergere la figura del premier da eleggere? Dal gioco di specchi dei media? O sarebbe il padrone di un partito personale? Perché la personalizzazione della politica è un fenomeno che dilaga sotto i nostri occhi ed è causa di crescente astensionismo elettorale. Finirà che pure noi italiani dovremo scegliere fra due ottantenni che le sparano grosse?
Seconda: c’è il rischio che il premier e la sua coalizione imposta dall’aritmetica del premio di maggioranza risultino largamente minoritari e accerchiati da un Parlamento di partitini personali. Se questo si avverasse il governo del premier durerebbe poco.
Terza: se passasse la riforma proposta dal centro-destra i partiti politici si ridurrebbero al codazzo di personaggi della TV.
Insomma la Meloni col pretesto della governabilità tenta di introdurre di straforo un presidenzialismo all’italiana.
Il Paese ha invece bisogno proprio dei partiti come li delinea la Costituzione: i partiti degli associati che concorrono ad orientare la politica nazionale (art. 49). Partiti scalabili, regolamentati in modo che non cadano nelle mani di pochi professionisti della politica. Il Paese ha bisogno di partiti reali, fortemente rappresentativi, non di simboli inventati in occasione delle elezioni, perché la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive di partecipazione.
Andrea Pirro