IL MOVIMENTO 5 STELLE NON E’ EVAPORATO

Nella sua ultima apparizione in video Beppe Grillo dice che il Movimento 5 Stelle è evaporato. Quest’affermazione è falsa. Questa balla può bersela l’ultimo arrivato nel Movimento, può far piacere al PD e a tutti i partiti che occupano le poltrone del Paese da decenni, ma gli attivisti che si sono sobbarcati le campagne elettorali dei 5 Stelle non possono accettarla.
La verità è un’altra, la rivela Enrica Sabatini nel suo libro “Lady Rousseau”: “Nel 2018 per la selezione dei candidati alle elezioni politiche venne creata una rete invisibile di referenti regionali che decisero, attraverso un potere discrezionale e illimitato, chi poteva candidarsi e chi no. Venne così creato un sistema di valutazione delle candidature arbitrario, privo di standard oggettivi, viziato da interessi personali, non legittimato dalla comunità e, soprattutto, ignoto a tutti”.
Accadde un fatto gravissimo: una consorteria segreta s’impadronì del Movimento. Beppe Grillo ne fu complice, se non il dominus. Tanto è vero che fece passare l’operazione come un’“apertura a candidature di personalità della società civile”. E un anno dopo benedì le cinque “eccellenze” calate dall’alto che Luigi Di Maio presentò alla stampa come capilista nelle elezioni europee (Alessandra Todde, Chiara Maria Gemma, Daniela Rondinelli, Maria Angela Danzì, Sabrina Pignedoli).
E che dire della cancellazione d’imperio, fatta da Beppe in persona, della candidatura di Marika Cassimatis a sindaco di Genova? Non sarà un’eccellenza la Cassimatis, ma l’avevano scelta gli iscritti nelle “comunarie”.
Insomma il fondatore (e ispiratore a pagamento) soleva umiliare gli attivisti: come se non avessero il diritto di scegliere i propri candidati, come se tra loro non ci fossero persone degne di rappresentare il Movimento.
Il Movimento 5 Stelle non è evaporato, è stato demolito dall’ego ipertrofico di Grillo che adesso, con somma ipocrisia, cerca democrazia dal basso nel nascente partito personale di Giuseppe Conte.

Andrea Pirro

PARTITI FATTI DI NUMERI

Io nutro rispetto per queste persone, il loro valore non è in discussione. Ma di certo sono usate dai partiti italiani per fare numeri. Oggi, nell’astensionismo elettorale che tende a superare il 50% degli aventi diritto, anche una piccola notorietà può servire, da qualunque verso provenga. Le ristrette cerchie d’inamovibili che tengono in pugno i partiti calano i loro volti come carte da gioco, guadagnando numeri che sono soltanto elettorali. Numeri che nessun partito italiano è interessato a realizzare attraverso la partecipazione popolare alle proprie attività nei territori. Insomma: meglio muovere specchietti per le allodole che avere intrusi in casa. Ma tutto questo è parvenza di democrazia.  

Andrea Pirro

ELEZIONE DIRETTA DEL PREMIER

Premessa: l’enorme debito pubblico italiano è la prova che dal 1946 ad oggi i governi che si sono succeduti hanno puntato sulla propaganda piuttosto che alla salute dell’economia. Quasi tutti hanno contratto debito per ben figurare, eppure sono durati in media 414 giorni anziché i cinque anni previsti dalla Costituzione.
Nel 2024 il centro-destra guidato da Giorgia Meloni per rendere stabili i governi propone l’elezione diretta da parte dei cittadini di un premier che rimane in carica per cinque anni con una maggioranza parlamentare garantita da un premio, appunto, di maggioranza. Il premier, forte del plebiscito che lo ha prescelto, avrebbe modo di pianificare e portare a compimento le cosiddette riforme strutturali, quelle che non danno immediato consenso popolare.
A questo disegno si possono muovere almeno tre obiezioni:
Prima: come dovrebbe emergere la figura del premier da eleggere? Dal gioco di specchi dei media? O sarebbe il padrone di un partito personale? Perché la personalizzazione della politica è un fenomeno che dilaga sotto i nostri occhi ed è causa di crescente astensionismo elettorale. Finirà che pure noi italiani dovremo scegliere fra due ottantenni che le sparano grosse?
Seconda: c’è il rischio che il premier e la sua coalizione imposta dall’aritmetica del premio di maggioranza risultino largamente minoritari e accerchiati da un Parlamento di partitini personali. Se questo si avverasse il governo del premier durerebbe poco.
Terza: se passasse la riforma proposta dal centro-destra i partiti politici si ridurrebbero al codazzo di personaggi della TV.
Insomma la Meloni col pretesto della governabilità tenta di introdurre di straforo un presidenzialismo all’italiana.
Il Paese ha invece bisogno proprio dei partiti come li delinea la Costituzione: i partiti degli associati che concorrono ad orientare la politica nazionale (art. 49). Partiti scalabili, regolamentati in modo che non cadano nelle mani di pochi professionisti della politica. Il Paese ha bisogno di partiti reali, fortemente rappresentativi, non di simboli inventati in occasione delle elezioni, perché la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive di partecipazione.

                                                                                         Andrea Pirro  

DEMOCRAZIA

I pilastri della democrazia sono almeno tre:

  1. La divisione dei poteri;
  2. i partiti politici;
  3. libere elezioni.

Basta la distorsione di uno di questi tre princìpi per trasformare il “governo del popolo” nel paravento di un regime. Nell’occidente che si ispira alla “grande democrazia statunitense” il partito politico è l’elemento più falsificato. In Italia, al tempo della rete e degli influencer, il partito politico è un feticcio mediatico personale, una bandierina con l’effigie del capo. Il capo lancia slogan, scrittura famosi per acchiappare voti, piazza gli amici. Tutti gli altri, tutti, compresi coloro che si considerano attivisti, possono solo mettere una croce sulla scheda elettorale. Prendere o lasciare.
Soltanto una LEGGE SUI PARTITI può salvaguardare le agorà di partecipazione previste dall’art 49 della Costituzione della Repubblica Italiana. Solo una LEGGE SUI PARTITI può difendere il partito da attacchi esterni e interni: dalla proliferazione di simboli fittizi, dall’imbroglio delle coalizioni, dalle manovre di quanti non vogliono la selezione e il rinnovo della classe politica.

                                                                     Andrea Pirro

IL PARTITO DEL DEBITO

In un paese compiutamente democratico i cittadini si associano in partiti politici senza padroni, partiti radicati nei territori,  in cui si studia, si progetta, si discute, si decidono in assemblea linea politica e candidature. In mancanza di questo, all’elettore non vengono offerti responsabili programmi di governo, ma soltanto slogan, promesse demagogiche di narcisi occupatori dei media, lusinghe e illusioni tese a prendere o a conservare la poltrona.

                               Andrea Pirro

ELEZIONI 2024 DELLA REGIONE SARDEGNA

MOVIMENTO 5 STELLE, PARTITO DEMOCRATICO, SINISTRA FUTURA, DEMOS, ROSSOMORI, ALLEANZA VERDI SINISTRA, PROGRESSISTI, FORTZA PARIS, ORIZZONTE COMUNE, CIVICA PER TODDE, PSI SARDI IN EUROPA, ALLEANZA SARDEGNA PLI, DC CON ROTONDI, UDC SARDEGNA, PARTITO SARDO D’AZIONE, FORZA ITALIA, RIFORMATORI SARDI, SARDEGNA AL CENTRO 2020, LEGA SALVINI SARDEGNA, FRATELLI D’ITALIA, AZIONE, ITALIA VIVA, PROGETTOSARDEGNA.
Che significano tutti questi nomi?  Sono i nomi dei “presentatori di liste”, cioè dei soggetti che hanno espletato le formalità per candidare persone alle Elezioni 2024 del Consiglio Regionale della Sardegna. Questi presentatori sono i “partiti o i gruppi politici organizzati” indicati dalla legge elettorale della Sardegna n° 7 del 1979. La stessa legge non stabilisce alcuna regola volta a circoscrivere il campo a forze politiche idonee alla presentazione di liste. La legge non prescrive, ad esempio, che i “partiti o i gruppi politici organizzati” debbano dimostrare di non essere soltanto nomi, di possedere una storia di attivismo politico svolto con metodo democratico, come prevede l’art. 49 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il gran numero di partiti non rispecchia dunque il fervido impegno politico del popolo sardo. Semplicemente i 25 “presentatori di liste” hanno dato a circa 1600 persone la possibilità di scommettere sulla propria faccia.
E i partiti italiani? I partiti italiani sono altrettanto lontani dal dettato costituzionale: non sono associazioni di cittadini che studiano, si confrontano con i lavoratori e con le imprese, per concorrere a orientare la politica nazionale. Molti non hanno radici territoriali, non selezionano la classe politica. Sono partiti verticistici, partiti personali, se non padronali, che riproducono al loro interno regimi cortigiani.
Così “in democrazia” gli italiani convivono a cuor leggero con una risaputa finzione, come in altre epoche tristissime.

                                                                 Andrea Pirro

SALVINI

Queste cose fanno cadere le braccia, ti tolgono la voglia di andare a votare. Maurizio Crozza ne trae spunto per le sue parodie, ma tutti dovremmo comprendere che il “partito” può un simulacro di democrazia, un pretesto per occupare i media. Il partito che appartiene ad un tizio che fa maldestra propaganda è uno sfregio alla democrazia. Senza una DEMOCRAZIA COMPIUTA, Salvini invecchierà sulla poltrona da parlamentare e il Paese che si fa governare dal politico che bacia rosari e promette ponti si rassegnerà alla rovina.

Il partito politico italiano è delineato dall’art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Da 75 anni il popolo italiano aspetta una LEGGE SUI PARTITI che realizzi una DEMOCRAZIA COMPIUTA seguendo il dettato dell’art. 49 della Costituzione.

In una DEMOCRAZIA COMPIUTA il capo del partito si limita ad esprimere le posizioni decise dagli associati, si astiene dal propagandare la propria persona perché l’autopromozione sarebbe inutile in quanto la LEGGE SUI PARTITI gli consente di svolgere soltanto due mandati, sia in cariche pubbliche, sia in cariche interne. Dopo i due mandati il capo sa di dover tornare a casa. Scopo della norma: impedire che il capo si faccia padrone del partito.

In una DEMOCRAZIA COMPIUTA il partito non è più un palazzo romano che cerca consensi occupando la televisione, lanciando slogan e promesse demagogiche. In una DEMOCRAZIA COMPIUTA i progetti del partito arrivano dai territori, attraverso i cittadini che partecipano alle attività del partito stesso.
Andrea Pirro

SE LA DEMOCRAZIA E’ UN INGANNO

La democrazia è ormai celebrata come un patrimonio dell’Occidente, Stati Uniti in testa. Il resto del mondo ci imita: persino le dittature africane si spacciano per democrazie, persino in Corea del Nord si indicono elezioni.
Purtroppo il “governo del popolo” è principio interpretabile, la sua piena realizzazione difficile. In Italia si sa com’è andata a finire la democrazia: una moltitudine di partitini fittizi occupa la televisione, mentre la stampa (poche inchieste, molta deferenza verso il potere) racconta una democrazia stereotipata. In Italia la democrazia si è arenata nel partito. Il partito italiano non è l’associazione di cittadini che concorrono a determinare la politica nazionale, a norma dell’art. 49 della Costituzione. Il partito italiano è personale, oppure obbedisce a una corte di principini. Anche il Movimento 5 Stelle dopo il fortunato esordio come partito della democrazia dal basso si è adeguato all’andazzo generale con l’imposizione di un presidente e dei suoi favoriti. Ma negli altri partiti c’è di peggio: donne del padrone elette in collegi blindati, senatori dediti a far clientela da trent’anni.
La mia esperienza è questa: nel partito si respira, e forse si respirerà sempre, l’aria pesante dell’ambizione e dell’arrivismo. Le poltrone sono assegnate ai gregari delle cordate romane, personaggi impegnati a segare le gambe a chiunque possa fargli ombra. E’ così che la democrazia diventa il governo dei peggiori.
In Italia la democrazia sarà un inganno fino a quando una LEGGE SUI PARTITI non stabilirà regole comuni per tutti i partiti che ribaltino l’attuale struttura verticistica delle forze politiche. Prima regola: il partito nasce nei territori, quindi cariche di partito e candidature devono essere decise da assemblee locali. Seconda regola: il cittadino può svolgere un numero di mandati limitato.
Queste regole rivoluzionerebbero la politica nostrana? L’alternanza ostacola il clientelismo, stimola la partecipazione. La maggior partecipazione, la conoscenza diretta, renderanno più rigorosa la selezione dei dirigenti del partito e dei candidati a cariche pubbliche.
In ogni caso: il partito non può fallire. Dove il partito politico fallisce trionfano i demagoghi, le associazioni segrete, la criminalità organizzata.

Andrea Pirro

PARTITI VIRTUALI

Chi sono Elly Schlein e Giuseppe Conte? E’ risaputo che sia la Schlein che Conte non avessero esperienza di organizzazione politica, eppure sono stati scelti per guidare partiti d’opposizione. Per quale motivo?
La risposta a questa domanda non può che partire dall’astensionismo dell’elettorato italiano, un fenomeno importante, sempre in crescita. In Italia gli astensionisti, i disgustati dalla politica, sono ormai una maggioranza silenziosa. Davanti a questa situazione il partito politico si è pian pano adattato ai tempi. Oggi le cosiddette “forze politiche” sono virtuali, simboliche, spesso prive di organizzazione territoriale. Più accentrate e verticistiche dei vecchi partiti dell’era democristiana. La rete poteva essere un formidabile strumento di partecipazione: il partito virtuale la usa per dissimulare l’assenza di democrazia interna.
La politica italiana tradisce ancora la Costituzione che all’articolo 49 sancisce che il partito è un’associazione di cittadini che concorrono a determinare la politica nazionale.   
Il partito virtuale lancia campagne, cavalli di battaglia alla conquista di favore elettorale. Alcune proposte potrebbero essere anche giuste, condivisibili, ma l’Italia da molti anni ha bisogno innanzitutto di riforme strutturali: sburocratizzazione, fisco semplice, giustizia rapida. Le riforme strutturali sono provvedimenti complessi, espressione di un progetto. Non si possono ridurre a slogan, necessitano di un duro lavoro ma sono indispensabili   per la ripresa degli investimenti. Possono metterle in cantiere maggioranze solide, forze politiche partecipate, diffuse nei territori, capaci di elaborazione politica, studio, dibattito, mobilitazione.
Invece anno dopo anno si succedono in Italia governi fragili. In un clima elettorale permanente, maggioranza e opposizione incrociano proclami propagandistici che hanno sempre il medesimo difetto: sarebbero realizzabili attraverso (altro) debito pubblico.
Chi sono dunque Elly Schlein e Giuseppe Conte? Sono i volti di partiti virtuali, attori di un duello per occupare la scena ad ogni costo: a costo di sbancare lo Stato, a costo di ridurre i cittadini in spettatori.

                                                                  Andrea Pirro

COME FINIRA’?

L’8 maggio 2001 Silvio Berlusconi firmava in TV il “contratto con gli italiani”. Sembrava un siparietto umoristico all’interno del programma “Porta a porta” di Bruno Vespa, e invece stava nascendo sotto gli occhi degli italiani la politica-spettacolo. Prima di allora la politica italiana raccontata dalla TV di Stato era incentrata sulla contesa fra DC e PC. Quella della RAI era sicuramente cronaca di regime, ma gli elettori condividevano l’antagonismo ideologico fra democristiani, liberali e comunisti, un antagonismo diffuso nei territori. Invece Silvio si presenta come il manager chiamato a perseguire obiettivi di salute pubblica. Chiosa dichiarando che se il manager fallirà, si farà da parte, come avverrebbe in un’azienda, poiché lui è campione del mondo delle imprese.
Com’è finita? Berlusconi fu presidente del consiglio, con qualche interruzione, dal 2001 al 2011. In quel decennio il PIL italiano non smise di scendere, e il debito pubblico salì di 500 miliardi, ossia 50 miliardi all’anno.  Un indebitamento di tali proporzioni vanifica qualsiasi atto di buon governo dell’era berlusconiana. Molti ricorderanno che fu proprio quella spregiudicatezza a spaventare la UE.
Dunque la politica-spettacolo inaugurata da Berlusconi:

  1.  sbandiera un partito virtuale, subordinato ad un dominus;
  2.  fallisce gli obiettivi ma si pavoneggia facendo debito;
  3.  insegue consenso elettorale attraverso proclami e riforme demagogiche.

Come finirà il governo Meloni? Dopo vent’anni da burattinaia di un partito quasi personale, (tanto la assorbiva questo impegno da farla risultare una delle maggiori assenteiste del Parlamento Italiano), Giorgia farà moltissimi viaggi, si compiacerà della straordinaria esposizione mediatica, potrà sfoggiare costumi da bagno all’ultima moda. Ma siccome il suo partito non possiede il consenso indispensabile per riforme incisive, è assai probabile che finisca come al solito. Tutt’al più la sua coalizione di governo potrebbe far passare leggi tese a strappare un immediato consenso elettorale. Insomma finirà con il mix di demagogia e debito che contraddistingue la politica-spettacolo.
Eppure basterebbe poco per dare all’Italia una DEMOCRAZIA COMPIUTA. Basterebbe una legge, valida per tutti i partiti, con il seguente articolo 1: “Il partito politico nasce dai territori, pertanto i suoi rappresentanti sono nominati dall’assemblea regionale degli iscritti. I rappresentanti regionali eleggono il segretario nazionale del partito e i membri del consiglio direttivo che restano in carica per due anni e non sono confermabili”.
Il partito a norma di Costituzione sceglie il proprio leader attraverso un processo democratico che promana dai territori. I suoi candidati non sono comparse pubblicitarie selezionate da un palazzo romano per acchiappare voti. Il partito a norma di Costituzione è l’unica speranza per un Paese deluso dalla politica.

                                                                                           Andrea Pirro