
Ormai in Italia un elettore su tre non partecipa alle elezioni politiche perché non crede più nell’utilità del proprio voto. C’è disgusto per la politica: gli stipendi sono fermi da anni mentre il costo della vita corre, il debito pubblico continua a crescere. Eppure i risultati elettorali confermano signori che da decenni occupano poltrone in Parlamento (statisti eccelsi e insostituibili? o gestori di clientela fino alla morte?).
Un’alternativa all’astensione sarebbe votare per partiti nuovi. Nuovi simboli fioriscono in occasione delle elezioni. In Italia è facile mettere su un partito. L’ordinamento italiano non dice che cosa deve essere il partito politico, non fissa paletti sulla sua democrazia interna. Non esige, ad esempio, che i partiti siano associazioni radicate nei territori, che i loro rappresentanti siano designati da assemblee di iscritti e siano ricandidabili per un limitato numero di mandati.
La disgregazione delle forze politiche, cominciata alla fine degli anni 80’ con la caduta delle ideologie, ha fortemente accelerato nell’epoca di internet. I nuovi partiti sono diversi dai vecchi, per lo più sono partiti personali che si identificano col proprio leader. Quindi il partito è verticistico, la figura del leader cattura consensi nei territori come un faro che illumina la via da lontano. Perciò non sono indispensabili attivisti locali, non serve neppure un gran numero di voti perché il partito, di destra o di sinistra che sia, governerebbe comunque in coalizione con altre forze politiche.
In questo contesto è difficile che il voto dell’elettore sia utile. Sarebbe utile se esistesse il partito della responsabilità, un partito fondato sulla partecipazione. Perché in una vera democrazia le scelte ardue, impopolari, scaturiscono dal confronto e dalla condivisione.
Andrea Pirro