In questi ultimi giorni di novembre l’assemblea costituente del Movimento 5 Stelle dovrebbe deliberare una rifondazione del partito. Fra i temi in discussione ci sono: “Crescita economica inclusiva e lavoro dignitoso” e “Contrasto all’evasione fiscale ed etica nell’impresa”, gli stessi obiettivi che in oltre mezzo secolo di democrazia sono stati annunciati da tutte le forze politiche, di destra, di sinistra, di centro, ma sono stati mancati: per sostenere l’economia si è fatto ricorso a bonus, davanti agli insuccessi si è dilatato il debito pubblico per salvare le apparenze. Il contrasto all’evasione fiscale non è stato mai seriamente perseguito da nessuno.
Il risultato di tanta demagogia è una crescita economica fra le più basse d’Europa, il debito pubblico è diventato un insostenibile fardello, mancano le risorse per sostituire insegnanti, personale sanitario, impiegati pubblici che vanno in pensione.
Una decina di anni fa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, i fondatori del Movimento 5 Stelle, attribuirono la responsabilità dei fallimenti della politica italiana agli inamovibili con venti o trent’anni di poltrona in Parlamento. I professionisti della politica. Gente “da mandare a casa”, si disse allora. La guerra dichiarata dal Movimento 5 Stelle al sistema dei partiti trovò moltissimi consensi, suscitò grandi speranze. Coerente con questa impostazione, il Movimento, diventato partito politico, candidava i suoi esponenti per non più di due mandati.
Che cosa potrà decidere oggi l’assemblea costituente per recuperare i consensi di allora? Il “superamento del limite dei due mandati”? La trasformazione del Movimento in fucina di professionisti della politica?
Gli italiani risponderanno con ulteriore astensionismo, non certo votando i rinnegati. Giuseppe Conte non è presidente del Movimento da ieri, ma dal 2021, quando fu reclutato in spiaggia da Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede mentre prendeva il sole. Dopo tre anni in cui si è narcisisticamente illuso di ispirare il partito da Roma, perdendo quasi il 30% dei consensi, ora corre ai ripari con l’operazione “costituente” che è il disperato tentativo di abborracciare uno straccio di partitino personale del 2 % che salvi la sua poltrona di parlamentare. Com’è riuscito a Renzi e a Calenda.
Andrea Pirro