
L’8 maggio 2001 Silvio Berlusconi firmava in TV il “contratto con gli italiani”. Sembrava un siparietto umoristico all’interno del programma “Porta a porta” di Bruno Vespa, e invece stava nascendo sotto gli occhi degli italiani la politica-spettacolo. Prima di allora la politica italiana raccontata dalla TV di Stato era incentrata sulla contesa fra DC e PC. Quella della RAI era sicuramente cronaca di regime, ma gli elettori condividevano l’antagonismo ideologico fra democristiani, liberali e comunisti, un antagonismo diffuso nei territori. Invece Silvio si presenta come il manager chiamato a perseguire obiettivi di salute pubblica. Chiosa dichiarando che se il manager fallirà, si farà da parte, come avverrebbe in un’azienda, poiché lui è campione del mondo delle imprese.
Com’è finita? Berlusconi fu presidente del consiglio, con qualche interruzione, dal 2001 al 2011. In quel decennio il PIL italiano non smise di scendere, e il debito pubblico salì di 500 miliardi, ossia 50 miliardi all’anno. Un indebitamento di tali proporzioni vanifica qualsiasi atto di buon governo dell’era berlusconiana. Molti ricorderanno che fu proprio quella spregiudicatezza a spaventare la UE.
Dunque la politica-spettacolo inaugurata da Berlusconi:
- sbandiera un partito virtuale, subordinato ad un dominus;
- fallisce gli obiettivi ma si pavoneggia facendo debito;
- insegue consenso elettorale attraverso proclami e riforme demagogiche.
Come finirà il governo Meloni? Dopo vent’anni da burattinaia di un partito quasi personale, (tanto la assorbiva questo impegno da farla risultare una delle maggiori assenteiste del Parlamento Italiano), Giorgia farà moltissimi viaggi, si compiacerà della straordinaria esposizione mediatica, potrà sfoggiare costumi da bagno all’ultima moda. Ma siccome il suo partito non possiede il consenso indispensabile per riforme incisive, è assai probabile che finisca come al solito. Tutt’al più la sua coalizione di governo potrebbe far passare leggi tese a strappare un immediato consenso elettorale. Insomma finirà con il mix di demagogia e debito che contraddistingue la politica-spettacolo.
Eppure basterebbe poco per dare all’Italia una DEMOCRAZIA COMPIUTA. Basterebbe una legge, valida per tutti i partiti, con il seguente articolo 1: “Il partito politico nasce dai territori, pertanto i suoi rappresentanti sono nominati dall’assemblea regionale degli iscritti. I rappresentanti regionali eleggono il segretario nazionale del partito e i membri del consiglio direttivo che restano in carica per due anni e non sono confermabili”.
Il partito a norma di Costituzione sceglie il proprio leader attraverso un processo democratico che promana dai territori. I suoi candidati non sono comparse pubblicitarie selezionate da un palazzo romano per acchiappare voti. Il partito a norma di Costituzione è l’unica speranza per un Paese deluso dalla politica.
Andrea Pirro